www.snowfinch.it

 

Omaggio al Gran Sasso - Club Alpino Italiano Sezione DelL'Aquila 1874 - 1974

Tratto dal volume: I Cento Anni della Sezione Aquilana 1874 - 1974 \ L'Aquila 1975

Relazione scientifica del botanico Prof. Paolucci pubblicata in appendice al Corriere delle Marche a. XV, n.180 del 3 Luglio 1875

Si ringrazia la Sezione CAI di L'Aquila e il Presidente per aver concesso l'autorizzazione a trascrizione il testo sul sito snowfinch.it.

(si riporta la versione integrale)

Si trascrive tale relazione Prof. Paolucci 1875 : "L'amante di flora che saliva  la faticosa erta del Gran Sasso d'Italia, gnuda dalle foreste che ricoprono i fianchi di altri giganti appenninici come il Catua, il S. Vicino, l'Ascensione, la Majella, non speri l'incontro di quelle corolle timide e vergognose che ascondono i loro amori sotto la cupa ombra delle avvelane, dei castagni e dei faggi.

Altri tesori, però, forse più preziosi e leggiadri, lo attendono su quelle ardite balze rocciose, ove la vita delle piante pare divenga pigra per farsi sempre più bella.

 

Alla base della montagna appariscono gli Ellebori e le Digitali che colla tinta livida e l'alito ingrato, pare vogliono avvisarti del loro veleno.

 

Ma fra queste crescono innocue ed eleganti il Marrubium candidissimum vestito di fitta e morbida lana, il Sedum sexagulare coi suoi corimbi dorati, le modeste campanule dai fioretti azzurrini.

     

 

Salendo la china dell'alpe ecco nuove meraviglie botaniche, qua i diversi timi odorosi e repenti, colà i Gallium non più arditi e solitari, ma riuniti in umili e fitte colonie, più in alto al bellissimo Cerastium tormentosum dalle foglie di neve e i fiori d'argento. Questo si fa sempre più abbondante fin quasi alla cima ove viene sostituito da quelle piante che danno al Gran Sasso il vero carattere alpino - le piante amiche dalla neve e del ghiaccio che debbono talora nella stessa estate sospirare per molti giorni un tiepido raggio di sole.

 

Tu vedresti raccolto nelle vallicelle meno sterili il Rumex alpinum che può dirsi l'erba gigante della cima del Gran Sasso, sebbene non abbia un metro d'altezza, accanto a queste azzurre Genziane e le rachitiche Pontentille.

 

Quindi sopra le balze erbose limitrofe allo immane scoglio supremo, un mantello variopinto di colori più fulgidi e simpatici disposti con meravigliosa armonia sul verde bruno delle esili foglie.

 

Spiccano anzi tutto belle le Sassifraghe riunite in numerose famiglie, la Viola calcarata e la Viola cenisia or gialle ora turchine, il Ranunculus lapponicus coi petali dorati splendidi, il Cynoglossum apenninum dalla veste ruvida rossegiante, l'umile Helianthenum alpestre quasi sempre chiuso dalle rugiade, il Poligonum elegans colle sue delicate spichette, la Primula lutea rivestita di piumino morbidissimo sotto le foglie, la Myosotis alpestris, che lassu davvero ti dice non ti scordar di me, e infine l'Anemone alpina, la quale quasi conscia dei cari sensi che ispira con que' pochi petali bianchi, delicatissimi, si è rifugiata vicino al cielo, acciò siano degni di ascoltare lo arcano linguaggio quesi soli che riuniti sotto l'Aquila dei Club alpini, si danno non virile e nobile zelo alla salita e allo studio delle montagne.

 

     

 

 

Chiuderò questo vagito di naturalista concepito sotto la sferza ingrata del freddo e della pioggia, con due altri cari ricordi del più Alto Appennino - i fedeli amici delle nevi perpetue - la Soldanella alpina e la Fringilla nivalis.

 

La prima è un fiorellino ceruleo che ho raccolto proprio sul limite dei ghiacci, tutta tremante anche al più lieve degli aliti di quell'aere gelato. Esso ha la forma d'una campanella coi lembi fimbriati, sempre china sul bianco della neve, amante più della luce che del caldo.

 

La seconda è un uccelletto elegantissimo, il famoso Pinson de neige dei savojardi, lo Schrefink degli alpinisti tedeschi, candido nel petto e nelle ali, come l'elemento su cui incessantemente si agita, corre, schizza, saltella. Io ho potuto varie volte avvicinarlo di pochi passi senza che egli smettesse un solo degli attimi di quella sua vita febbrile.

 

Lo vedevo frugare nei limiti della neve alla ricerca dei seminoli e di qualche insetto sepoltovi. Spesso si fermava a guardarmi tutto fiducioso, anzi pareva mi accogliesse pieno d'insolita letizia, agitando le ali e inchinandosi nelle maniere più strane.

 

Stette finchè io preso dalla brama di possederlo nella nostra collezione ornitologica, mi mossi a raccogliere un sasso; ma egli si avvide dal tradimento e tosto fuggì, dolente forse d'avermi per un istante creduto diverso da quella razza che si dice umana. E confesso che di tale somma ingratitudine mi sarei pentito".